Sono il lettore, comando io

by Giulia

Bart-Leggevo su un blog, che visito spesso quando posso e voglio passare del tempo di qualità in letture divertenti e intelligenti, di un dibattito nei commenti a un post a proposito di un’ annosa questione: cosa scrivere lo decidono i lettori o gli autori? Sembra un paradosso più che una questione ma sono certa che in qualche sala macchine di qualche ufficio marketing il problema se lo sono fatto, rispondendosi anche seriamente. Spesso gli autori, anche autori blasonati non proprio alle prime armi, ricevono richieste precise: il tal genere (mettete voi un genere a piacere) sta andando per la maggiore, sfornatemi un libro che parli di questo e di quello.  Non è detto che siano così brutali, a volte si può suggerire senza ordinare, ma la sostanza è questa, si deve scrivere cosa il pubblico vuole e soprattutto compra. Direte voi e il sacro diritto dell’autore a vedere rispettata la sua creatività, a permettergli di andare dove lo porta il cuore? quando si parla di soldi anche questo sacro diritto può riposare in qualche sgabuzzino con le scope. Senza troppi sensi di colpa. Ma il punto reale è: è una cosa positiva, nell’economia della narrazione porta a dei frutti? Alcuni lettori sono convinti di scegliere loro, non cosa leggere ma cosa un autore debba scrivere. E non lo considerano una violazione dei diritti dell’autore, ma un loro preciso diritto. Quando in realtà le manipolazioni che subiscono sono tali e tante che è difficile enumerarle, anche senza abbracciare le tesi più estreme di complottismo libero come disciplina olimpionica. Anche solo la disposizione di libri in una libreria di catena e non solo infleunza il lettore, e ci sono studi precisi in merito. Come i trend di mercato. Dopo le Sfumature, tutti a scrivere letteratura erotica o pseudoerotica, dopo Il codice da Vinci, quel che segue. Omologando gusti e aspirazione o veicolando interi concetti o scuole di pensiero. Il concetto di imitazione sembra prevalere. E in modo deleterio. Non si imita cosa è migliore, ma cosa è commerciale. Tarpando le aspirazioni artistiche degli autori, a tutto discapito della qualità delle opere che poi i lettori si troveranno a leggere. Insomma ci perdono tutti. Poi ci sono i casi estremi: gli autori che scrivono per sé. Non vogliono un pubblico, un confronto. Liberissimi, direte voi. Certamente, questo è il bello della letteratura. Si possono scrivere opere sperimentali, pensiamo a Finnegans Wake di Joyce, dove nessuno o quasi è destinato a capirci niente. Sono sfide, affascinanti se vogliamo e forse economicamente destinate al fallimento. Ma ben vengano. Ormai ci sono programmi che ti eprmettono di leggere le storie che tu vuoi leggere, modificando trame, personaggi. Rendendo superfluo l’autore. Se questo è il futuro che vogliamo. Saremo accontentati.

Se volete seguire lo scambio di battute di cui vi dicevo, potrete trovare tutto qui.

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