“Hey man, have you a tenner for me?”.

by Giulia

Betty Boop, (lobbycard), 1930s

Betty Boop, (lobbycard), 1930s

In questi giorni convulsi sto traducendo i miei racconti in inglese, creando una lingua che ammetto non esiste. È divertente. Dubito che nessuno parli, in nessun angolo del globo anglofono,  come io faccio parlare i miei personaggi. Punto di forza? Punto di debolezza? Vedremo. I miei racconti si prestano ad essere tradotti, anche un po’ snaturati. Gli euro diventano dollari, i chilometri, miglia. Ho letto qualche tempo fa un libro dal titolo Decolonizzare la mente di Ngugi Wa Thiong’o, in pratica l’autore rivendica il diritto di scrivere in un suo remoto dialetto africano e non nella lingua della colonizzazione. Naturalmente dice molto altro, molto più profondo e ben argomentato, ma questo punto mi ha davvero colpito. L’italiano è la mia lingua, la lingua con cui penso, sogno, scrivo racconti. La mia lingua materna con cui ho imparato a parlare. L’inglese è venuto dopo, sui banchi di scuola, ascoltando le canzoni dei Beatles. E il mio inglese sarà sempre specificatamente mio. Ci sono parole che detesto, e non uso mai, pur conoscendone il significato. Ci sono modi di dire che mi diverteno (fishing for compliments), ci sono altri che non userei mai. Poi c’è un registro inglese britannico, americano, australiano. Io shakero tutto con effetti a volte esilaranti. L’inglese si presta, forse più del francese, a questo mescolamento. L’inglese è una lingua matematica, molto duttile. Ha un registro alto, molto aulico, quasi shakesperiano, e uno grezzo, popolano, forse più vivo e sempre in fase di evoluzione. Ci sono parole gergali utili per esprimere stati d’animo specifici di alcune etnie, comunità, religioni. Non sono una traduttrice professionista, mi guardo bene da spacciarmi per tale, ma ho avuto modo negli anni di tradurre testi inglesi contaminati da parole specifiche riscontrabili solo in alcuni paesi dell’est europeo o del sud est asiatico. Stiamo a vedere cosa succederà.

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